Skip to content

La loro testimonianza e viceversa

    INTRODUZIONE:
    Loro sono nati tra 1920 e 1940 aprossimamente.        
    Furono e seguiranno essendo fonte di ispirazione per quelli che amiamo il tango.
    Ho registrato le interviste senza avere gli elementi tecnici adeguati.
    Fatto tutto col cuore e i miei intervistati si sono aperti del allo stesso modo.
    In questo breve percorso per i diversi momenti che i milongueros hanno transitato, vedremo come il tango risulta l’asse delle sue vite nella maggior parte dei casi.

    Trasmissione tra generazioni

    RICARDO PONCE “CHINO PERICO”

    -Io mi metteva con mia sorella praticamente sotto il tavolo.       
    Quando arrivavano i ragazzi a praticare tango a casa mia, perché avevamo un salone grande, spostavano il tavolo, mettevano la vitrola a carica,  e praticavano passi.
    Io guardavo e quando loro finivano,  prendeva mia sorella, e cercavo di fare quello che avevano fatto loro.
    Per il resto accadeva che mie sorelle erano nubili.  Quando coloro si fidanzavano, una delle maiore, doveva andare con un fratello.  Dunque, cosa accadeva?  mi prendeva.

    Mia sorella era sarta.  Lei mi faceva i vestiti.
    Ricordo che mi facheva i pantaloni neri di velluto e una camicia di seta per portarmi al ballo.
    Mi portava a un ballo che si trovava a via Melo in angolo via Maipú. Ma io non volevo andare perché non sapevo.
    Mio padre diceva che dovevo andare,  perché altrimenti mia sorella non potrebbe andare.
    Dunque lei e il suo fidanzato mi compravano qualsiasi cosa, caramelli eccetera.
    E bene,  quando andavamo di là, non sapevo che nei balli in quella epoca aveva pure un lunch.

    -Cosa?

    -Lunch

    -Ah!

    -Mettevano una tavola stilo americano in fondo,  e tu andavi e prendevi. Pure il fidanzato con un piattino prendeva panini, dolci…
    Puoi immaginare, tutti i bambini che andavano lì.  C’erano tanti ragazzi e ragazze che dovevano andare,  e noi ci mangiavamo tutto!
    Così ho imparato a ballare, guardando come lo facevano, ma era un altro stilo:  si ballava a piccoli salti.


    Orchestre e fanatismo

    JORGE GARCIA
    -Ho avuto buone esperienze con Osvaldo.

    -Certo?

    -Noi abbiamo protetto Osvaldo Puliese. Non possiamo dire che eravamo la scorta però, lo abbiamo protetto, perché lui era molto odiato per essere comunista. Io sono stato affiliato al partito comunista e militante. E proteggevano al vecchio in tutti i posti, dove lui andava, andavamo pure noi a proteggerlo.  Perché non le accadesse niente.

    E ci passavamo ore prendendo mate con lui.

    -Raccontaci qualcosa che abbi…

    -Da Osvaldo?
    Lui aveva tante cose, tante uscite che…
    E le cose che ho imparato con lui… quella umiltà, quella uguaglianza, quella società che aveva con tutti, no?
    L’orchestra…

    -La cooperativa che aveva formato.

    -La cooperativa.
    Un giorno ricordo eravamos a un salone che se trovava a via Sarmiento  in angolo via Paraná.  Stavamo provando e c’era un po’ di risentimento nella orchestra.
    Allora lui dice:  che vi pare se suoniamo “A mis compañeros”?
    Fu terribile. Subito si sistemò tutto. Perché è il vecchio era… era unico.


    EDUARDO MASCI “EL NENE”
    -Ti racconto una cosa ?
    Una volta eravamo tutti a casa mia.
    Uno dei miei fratelli già morto,detto  “Pichi”, che si chiamava Ulisse,  senza che altri lo guardavano mi ha detto : Prendi e vai al negozio e compra un disco di Pugliese.
    Mi ricordo che era “La Tupungatina”.  Vado, glielo compro e glielo do.
    A casa sempre si ascoltava Troilo e Troilo.
    Mio fratello maggiore trova il disco e mi dice: e questo disco chi lo ha portato?
    “Pichi”, ho risposto. E lui mi dice: spacalo!, spacalo!
    L’ho spaccato. Mai si ascoltò Pugliese a casa.
    Dopo, trascorso il tempo, sí.
    Però, più di nulla  Troilo era prima Troilo, dopo tutto il resto. Così era a casa.


    Relazioni sentimentali

    “CACHO” DANTE
    -Nel club del quartiere si balaba stilo “salone”
    Per ché?
    Perche se uno afferrava una ragazza e la stringeva,  la mama ti colpiva con la borsetta.
    Dunque quando  volevi stringerla, approfittavi quando si allontanava, la mamma non la guardava, dunque la stringevi un attimo. Era così, si doveva ballare diviso. “Vegetariano”.

    -Vegetariano?

    -Si.

    Mio padre fu un “millionguero”.
    Abitava da solo nel “quartiere del Abasto”. Era orfano. È cresciuto con un cestino di aglio e limone. Anche con una sorella.
    È cresciuto nell’Abasto, dunque ha vissuto il pieno tango.
    Un giorno -perché non parlava molto,  però quello che diceva lo diceva molto giusto- mi disse:  tu ti vuoi sposarti? 
    No, li ho detto. Io sono andato a ballare al quartiere. Al di là,  al quartiere di Flores…
    E perché vai a ballare lì?  Perché andiamo con le ragazze, ho risposto. 
    Certo! -mi disse- lascerai qualcuna incinta  e dovrai sposare. Lascia stare, vieni a ballare al centro!
    A questo punto mi invia al centro e mi  nombra due o tre posti: “El Augustero”, “La Argentina”.
    Sono andato là.
    Li ho conosciuto un nipote di mio padre, cugino mio, con cui ci vedevano poco.  Lui era un “atorrante” (sfacciattato) di quelli.
    Eppure era un fiore di milonguero.

    -Allora hai scoperto un mondo nuovo…

    -Si, si. Per me per me erano tutti più eroi di quelli che avevamo tutti noi nella storia.
    Loro non avevano studi però, tenevano certa sapienza… tutto.


    CARLOS FUNES
    -A “Cata” l’hai visto una volta o la vedevi…

    -No, la ho visto parecchie volte prima di ballare con me.

    -E come fu che la hai invitato?

    -Perché mi piaceva, la annuivi e è acetò.

    -Avete finito bene la tanda?

    -No!

    – Cosa è accaduto?

    -Gli ho dato un bacio al viso mentre ballavano.

    -Le  hai dato un bacio al viso?

    -Si.

    -E dunque?

    -Mi ha piantato in asso!

    -Sul serio?

    -Si.

    -E como hai riuscito dopo…? Perche finalmente finisce essendo tua moglie. Come sei risalito della situazione?

    -Un anno dopo, per circostanze che sono accadute nel ballo, le ho chiesto di ballare, e da quel giorno mai più abbiamo lasciato di ballare.

    -Dopo quel bacio, un anno piantato in asso. Mah dopo…

    -Dopo sì,  dopo la punizione di un anno si,  mi aveva perdonato. 


    Contemporanei dei musicisti

    ALBERTO DASSIEU
    -Acanto al ‘Teatro Nacional” c’era un caffè dove sono stati D’Arienzo, Troilo, Di Sarli, Pugliese, tutte le orchestre erano lì, tutte. Quando io ho cominciato a esserci fare lì, c’era l’orchestra di Alfredo Gobbi, e quando lui passò accanto a me mi disse testualmente: Ragazzo, tanto ti piace il tango, che vieni qua tutti i giorni? E io le ho detto: mi fa impazzire!

    -Ah sì! ma che, ti piace il violino? -No, mi piace il tango. Io ero rosso, mi dava vergogna, era Alfredo Gobi. Lui mi disse: ma tu, balli? Io gli ho detto: si! -Ma dove vai a ballare? -No, non mi permettono di entrare a nessun posto perché ho 14 anni. Dunque -mi disse- come non ti permettono di entrare? -Perche sono minorenne , gli ho detto, Alfredo, non mi permettono di entrare. Lui mi disse: se a te ti permettessero entrare, tu balli? -Senza dubbio!
     Bene, disse: guarda, in fronte c’è una milonga alla quale io devo andare a bere qualt con un amico. Io ti faccio entrare.
    Va bene.

    Attraversiamo al marciapiede in fronte e c’era una milonga che si chiamava “Sans Souci”.
    Lui mi fa entrare, mi fa sedermi in una sedia accanto a dove c’era con un amico, e mi disse: vai a ballare sul serio? -Si, io sono venuto a ballare, Lei mi ha fatto l’invito. -Io ti farò ballare con quella ragazza.
    Dunque parlò col cameriere, con cui dopo ci abbiamo fatti amici, e questo signore ha fatto l’intermediazione con lo scopo che io ballasse con quella ragazza.


    ROBERTO SEGARRA
    -Con mio cognato  ho avuto un intervento per suonare maracas  a una Jazz orchestra.

    -Come funzionava una orchestra da quando era costituita?  C’era un rappresentante? Come si ottenevano i lavori?

    -la questione era così: Un club contrattava un orchestra di cartello che era dal tempo degli anni quaranta. Una orchestra grande e una di  Jazz piccola. Dunque, il rappresentante che aveva affittato le orchestre, qualche volta ci chiamava a noi o chiamava a  un’altra orchestra, dipende, non so.
    Ma lui ci riuniva tutti in un posto, perché non voleva correre il rischio di che faltasse o musicista.

    -Certo, non erano ad arrivare da uno in uno.

    -Certo, lui inviava un bus a quel posto, salivamo tutti, quelli ve la orchestra tipica e altri del Jazz, senza che  falsase nessuno.
    È lì fraternizzavamo tutti con i musicisti.
    A volte io ascoltava cantare a Castillo una canzonetta italiana lì, dentro il bus. Quello era roba di matti!


    Il declino

    HORACIO PRESTAMO
    -Tutto era pieno zeppo di tango, Buenos Aires era piena zeppa di tango.
    Lì parte, nell’anno ’59, nel ’60 inizia la decadenza. E raggiunge l’apice nel ’70.

    -Cosa ti ricordi di quel periodo?

    -E si vedeva arrivare da lontano. Si capiva che era così, accendevi la radio e te li beccavi in pieno, come ora: “Por favor, no pisen las flores ”  (Per favore, non mi pestate i fiori) Palito, compralo! (slogan di publicità)     Era ‘una tortura. Te lo ficcavano in testa tutti i giorni. E poi quello che dicevo prima. Per noi, quelli che ballavamo il tango, c’erano quattro soprannome. Qualsiasi dei quattro che te si appiccicavano ti marchiava a vita. Eri un uomo finito. Carlito – non Carlitos –, Carlito, Gardelito, Tanguito o Milonguita.
    Bisognava praticamente nascondere che ballavi tango.

    -Dicevi che se te affibbiavano uno di quei quattro soprannomi eri un uomo morto. Che cosa significa?

    -Te lo spiego nel linguaggio della curva dello stadio: nessuna ragazza ti prestava  attenzione. Così chiaro, cristalino. Eri un uomo marchiato.
    E poi, la parola d’ordine per appiccicarti l’etichetta da furbo  era: “A me il tango non mi piace”. E da lì potevi attaccare a parlare.
    Non ti sognà de dire “A me invece me piace il tango” perché…  Questo coglione? Eri un coglione solo perché te piaceva il tango.
    Parlo della mia epoca, eh. Verrà Alito (uno milonguero) e mi dirà: “No, guaglione, non era così”. “No, nella tua epoca”.  Ricardo Suarez (un altro  milonguero) potrà dire la stessa cosa. Nella sua epoca no, nella mia, era già così.


    MARIA EUGENIA ROLDAN
    -Ma guarda, quello che in più, diremo, ha portato in giù il tango è stata la dittatura. Non è vero? Se per esempio Oscar Hector  ha continuato con le sue milongas, era molto sporadico.

    Dopo, imaginati che abbiamo avuto tanto tempo di proibizione,  non ci possiamo riunire nelle strade più dei due o tre persone perché se ti scoprivano ti chiedevano i carta d’identità.  Io andavo a ballare;  la polizia faceva una razzia; tante volte ci portavano i compagni, li portavano.  C’era un camion fuori e loro erano portati via.  Secondo dicevano “per indagine di precedenti”. 

    Che ne so… restavano in gallera 24 ore.

    Dopo è cominciata la ascesa, piano piano e di nuovo, nella epoca della democrazia nell’anno 83.


    La rinascita

    PEDRO FARALDO “TOTO”
    -In che anno Lei é nato?

    -Nel ’29.

    -Io negli anni ’40 vedevo già come si ballava…  galleggiava il tango … i tangos venivano fischiati… C’erano riviste che pubblicavano i testi dei tangos. Le mie sorelle lavavano i panni nel cortile di casa mia, cantando.

    -Erano riviste dedicate al tango?

    -Certo. “El alma que canta” (L’anima che canta). Altre non le ricordo più. Ma avevano l’intera lista dei tangos che stavano diventando popolari.

    -La gente ascoltava molto la radio.

    -La gente ascoltava molto la radio. E l’unico intrattenimento che c’era a quel tempo era mettere la radio sul tavolo del patio e tutti l’ascoltavano. Non c’era nient’altro.

    -Lei va ancora alle milonghe. Quanto spesso?

    -Ci vado. Ci vado il più spesso possibile.

    [ ]

    -E insegni anche… settimanalmente…

    -Quando sei diventato insegnante?

    -Sono diventato insegnante per forza. Perché molti giovani mi vedevano ballare [ ] e vi insegnavo loro. Insegnavo loro gratuitamente, ma poi mi hanno dimostrato che sbagliavo perché quello che insegnavo loro gratuitamente, loro poi lo insegnavano a pagamento.

    Leave a Reply

    Your email address will not be published. Required fields are marked *